Angelo Porto

Il mare tra le parole Filicudi l'isola magica

Chi sono

Angelo Porto vive tra le regole del diritto e la libertà della parola, intrecciando la precisione del lavoro legale con la poesia della scrittura e del teatro


Ama i luoghi che hanno qualcosa da raccontare e che portano con sé segni di vita e memoria. Scrive per rallentare, per resistere a un mondo che corre troppo, per cercare senso in un tempo che dimentica e per restituire voce a ciò che la fretta digitale rischia di far sparire. “Il mare tra le parole” è un romanzo nato a Filicudi, luogo autentico e sospeso, dove il tempo non corre, ma accompagna, dove ogni pietra conserva una voce e i ricordi ritrovano spazio per emergere. Appassionato di scrittura introspettiva e legami che attraversano le generazioni, intreccia nella narrazione ciò che sente più vero: l’amore, la perdita e quel senso profondo che si nasconde nei dettagli e nelle emozioni trattenute. Con uno stile essenziale e profondo, dà voce a legami veri, amori che cambiano ma restano, e verità che affiorano nella vita di tutti i giorni.

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Filicudi l'isola magica

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Filicudi - L'amore ereditato


A Filicudi il tempo non scorre: si posa. Maria Elena, inquieta e fragile, custode di ricordi che non le appartengono del tutto, vi torna per ereditare la casa della nonna Rosa, donna concreta e silenziosa, capace di custodire con lo stesso gesto un dolore ed un amore non vissuto sull'isola, ma finisce per ritrovare molto di più: ricordi mai suoi e nostalgie che sembrano appartenerle da sempre. Il baretto di Antonio a Pecorini a mare affacciato sul mare, Egidio che con la sua assenza, che diventa presenza, è la soglia tra ciò che finisce e ciò che continua sotto un’altra forma. È il tentativo umano di rispondere con il ricordo di un vecchio pescatore che conosce i silenzi più delle parole. Maria Elena comincerà a leggere la sua storia nel cuore di un tempo lento, fatto di tramonti e leggende, e scopre che l’amore può attraversare le generazioni, e che anche ciò che non è stato vissuto può lasciare un’impronta profonda. Lettere mai scritte, verità taciute e un legame misterioso che unisce il passato al presente, tra il profumo del mare e il suono delle cose non dette. E Maria Elena respira tutto questo accanto ad Angelo, un uomo legato a quel passato da fili nascosti e che porta negli cchi la stessa malinconia dell’isola. Perché ci sono amori che non hanno bisogno di essere raccontati: vivono. Come il mare. Come ciò che resta tra le parole. «Il mare tra le parole» è una storia di eredità invisibili, di amori sospesi e di una promessa che si compie là dove tutto è iniziato. Perché a volte, chi amiamo non ci ha mai davvero lasciati. E l'amore, quello vero, sa attendere anche una vita intera.

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Scopri gli estratti dal libro

Vuoi farti un’idea del contenuto? Abbiamo preparato per te una selezione di anteprime dei capitoli: lasciati catturare dalle prime pagine

Filicudi, l’isola magica dove nasce «Il mare tra le parole»

Isola antica, silenziosa e magnetica, Filicudi conserva intatta la sua anima selvaggia, fatta di crinali scoscesi, grotte marine e sentieri che si snodano tra fichi d’india e ginestre. Le case bianche e azzurre, le terrazze affacciate sul silenzio, sono adagiate come pensieri sparsi sul fianco di una memoria millenaria. La spiaggia di Pecorini a mare, la chiesa di Valdichiesa, la Grotta del Bue Marino, la Canna, la borgata di Capo Graziano e lo Zucco Grande, sono una parte dei luoghi dove i personaggi del romanzo fanno i conti con le loro verità più intime. A far da cornice, le presenze e i volti dell’isola: Egidio, il vecchio isolano pescatore; Antonio, il cuore pulsante del baretto affacciato sulla spiaggia di Pecorini a mare; Salvatore, che coltiva capperi nella sua magica ed antica dimora di Valdichiesa.

Questi luoghi non sono scenari: sono specchi dell’anima, ciascuno con un messaggio diverso, che lasciano qualcosa o tolgono qualcosa, e mettono il lettore di fronte a quella parte di sé stesso che, fragile e autentica, spesso dimentica di possedere. In questa storia, Filicudi non si visita. Si incontra.

Il porto di Milazzo

Al porto, il silenzio era profondo, interrotto solo dal lieve sciabordio dell’acqua contro gli scafi e dal tintinnio sottile delle sartie mosse dalla brezza. Davanti a lei una distesa silenziosa di barche a vela era ormeggiata ordinatamente, le vele piegate e gli alberi svettanti come guardiani silenziosi del porto. Al porto, il silenzio era profondo, interrotto solo dal lieve sciabordio dell’acqua contro gli scafi e dal tintinnio sottile delle sartie mosse dalla brezza. Davanti a lei una distesa silenziosa di barche a vela era ormeggiata ordinatamente, le vele piegate e gli alberi svettanti come guardiani silenziosi del porto. Ogni tanto, un lieve scricchiolio del legno o il tocco del vento sui cavi che sostengono l’alberatura dei velieri rompeva la quiete, come se le imbarcazioni parlassero tra loro in una lingua antica.

Le barche a vela, quasi immobili e composte, davano l’idea di non essersi mai mosse. I loro alberi si stagliavano netti contro il cielo che schiariva, come silhouette disegnate con precisione su una tela d’acquerello. Sembravano parte di un quadro.

Alcune vele, ancora piegate, si lasciavano accarezzare dal primo vento del mattino, mentre l’acqua, liscia come vetro, rifletteva ogni dettaglio: le prue affusolate, le corde intrecciate, le lievi increspature della luce. Un gabbiano pigro planava basso sulle onde, e in lontananza si sentiva il borbottare ovattato di un motore che si accendeva. Tutto sembrava in attesa. Il porto, avvolto in quell’istante di confine tra la notte e il giorno, respirava piano, come chi si prepara a ricominciare da capo.

Filicudi Porto

La costa frastagliata, i promontori che si gettavano nel mare, le grotte naturali che parevano nascondere misteri antichi. Filicudi non aveva bisogno di gridare per farsi notare. La sua presenza era silenziosa, quasi furtiva, ma proprio per questo irresistibile. Era l’isola che le parlava di segreti, di storie mai raccontate, di passioni dimenticate. Maria Elena sentiva che l’isola le avrebbe mostrato qualcosa di più profondo di quello che aveva immaginato, un legame che non riusciva ancora a comprendere, ma che era lì, ad aspettarla. E sapeva che, una volta arrivata, non sarebbe stata più la stessa.

L’aliscafo si avvicinava lentamente al porto di Filicudi, e Maria Elena guardava, con un’emozione che non riusciva a spiegare, la costa che si faceva sempre più vicina. L’isola, di un verde intenso che sfumava nel grigio delle rocce e nel blu del mare, sembrava avvolgerla in un silenzio che era sia accogliente che misterioso. Il cielo era limpido, quasi irreale, come se anche l’atmosfera fosse stata creata appositamente per lei, per aiutarla a trovare la pace che cercava da tanto tempo. Man mano che l’isola si avvicinava, Maria Elena sentiva il cuore battere più forte, come se il mare stesse portando con sé non solo la sua imbarcazione, ma anche una parte di lei che non aveva mai veramente incontrato. Filicudi non era solo una destinazione fisica, ma anche un luogo che, in qualche modo, l’aveva sempre chiamata.

Dalla terrazza di Rosa

Solo il canto lontano di qualche cicala e la vista dalla terrazza sul porto di Filicudi la distolsero da quegli enigmi. Il porto sembrava un punto lontano nel mondo, un piccolo cuore pulsante che batteva piano, sommesso, come se non volesse disturbare il respiro antico dell’isola. Si appoggiò alla ringhiera in ferro battuto, consumata dal vento e dalle lacrime del cielo, e lasciò che lo sguardo scivolasse verso il basso, dove i traghetti al loro arrivo compiono la loro lenta manovra di attracco. Era quasi poetico, quel movimento lento, come un animale marino che tornava ogni giorno alla stessa tana, docile e fedele. Filicudi Porto appariva minuscolo dalla sua terrazza: un molo curvo, poche case affacciate sull’acqua, e ogni sbarco era un piccolo evento. Eppure non c’era alcuna fretta, nessun clamore.

Solo quel tempo dilatato che l’isola sembrava custodire gelosamente, come un segreto. Per Maria Elena, tutto cominciava a sembrarle avere un senso preciso, una direzione. Forse era questo che intendeva sua nonna, quando parlava del «respiro lento dell’isola». Era quel momento lì. Osservare il mondo che si muoveva piano, e sentirsi parte di qualcosa che non aveva bisogno di spiegazioni...

La spiaggia di Pecorini a mare

Il sole stava calando lento oltre l’orizzonte, incendiando di riflessi dorati la superficie del mare. La spiaggia di Pecorini a mare, in quell’ora, sembrava un dipinto in bilico tra luce e malinconia. Maria Elena camminava scalza sui ciottoli tiepidi della spiaggia. Angelo le era accanto, ma non parlavano. C’era un silenzio diverso, pieno di cose non dette, ma condivise. Quando raggiunsero la barca di Egidio, ancora legata con una corda sfilacciata al piccolo molo, Maria Elena salì per prima. La barca sembrava aspettarla. Si sedette sul banco di legno, toccandolo con delicatezza, come se accarezzasse una pelle viva. Poi i suoi occhi si posarono su una vecchia cassetta di legno, semiaperta, nascosta sotto la rete da pesca.

«Hai mai guardato dentro?», chiese a mezza voce, rivolta ad Angelo. Lui scosse il capo. «No. Non volevo toccare nulla. Era il suo regno». Maria Elena allungò le dita con rispetto e sollevò il coperchio. All’interno c’era una piccola scatola di latta arrugginita. La aprì lentamente. Dentro, avvolta in un fazzoletto di lino, c’era una conchiglia, come quella che Maria Elena aveva riposto sulla lapide di Rosa. Perfetta, bianca, levigata, grande quanto il palmo di una mano, e un biglietto sbiadito, scritto con una calligrafia minuta, quasi infantile. Lo spiegò. Le mani le tremavano leggermente.

L'orologio dello studio dell'Avv. Palmieri

Lo studio di Angelo Palmieri, l’avvocato, si affacciava sul mare. Le pareti foderate di libri, il profumo di carta e cera, e una finestra aperta sul tramonto che dipingeva d’oro le ombre del passato. I mobili erano pochi ed antichi, un po’ vissuti: una scrivania massiccia, una libreria impolverata, una pianta appassita in un angolo che nessuno sembrava curare. Un grande orologio appeso alla parete di fronte: un quadrante maestoso, inciso con arabeschi delicati e ruote dentate esposte come il cuore meccanico di una creatura d’altri tempi. Era un oggetto vivo. Non solo perché scandiva il tempo con la lentezza solenne di chi non ha fretta, ma perché sembrava custodire ricordi. Il vetro opaco rifletteva la stanza, la libreria carica di volumi, un lampadario che pendeva come una vela nel tempo e perfino le figure che vi si specchiavano, tremolanti e sdoppiate, quasi stessero osservando una versione più giovane di loro, smarrite in un’eco del passato. Le lancette avanzavano lente, come se pesassero il tempo. Non lo misuravano soltanto: lo giudicavano. Ogni tic era un’occasione persa o colta, un incontro che avrebbe potuto esserci, una telefonata non fatta, uno sguardo scambiato per sbaglio e mai più dimenticato.

Un secondo può essere il momento in cui ti volti e qualcuno ti guarda. In cui apri una lettera che ti aspettavi diversa. In cui il telefono squilla e una voce cambia il corso del tuo giorno, del tuo anno, della tua esistenza. È un attimo solo, ma contiene tutto: il prima, il dopo, e quel durante che ti segna per sempre. Lo studio dell’avvocato non era solo un luogo di carte e verità sepolte. Era un teatro senza tempo, e quell’orologio, il suo sipario. Ogni ingranaggio sembrava raccontare un giorno vissuto da qualcun altro, ogni ticchettio una decisione rimandata, un abbraccio non dato, un addio mai detto.

Il quadro "Vitruviano"

Su una parete dello studio erano appese alcune riproduzioni invecchiate dei disegni di Leonardo da Vinci, incorniciate con cura. L’Uomo Vitruviano, al centro, sembrava pulsare di una vita sottile, come se nel tratto perfetto del compasso e della linea si nascondesse qualcosa di più che geometria: un tentativo disperato e sublime di misurare l’infinito, di come l’uomo cercava l’armonia nella proporzione, la logica nel caos, l’equilibrio nell’instabilità. Proprio come accadeva sull’isola. Filicudi non si lasciava misurare, eppure era perfetta. Selvaggia, spigolosa, ma in qualche modo esatta nel suo essere fuori scala. Maria Elena si avvicinò al disegno, sfiorandone la cornice con una delicatezza quasi sacra. L’Uomo inscritto nel cerchio e nel quadrato. Un corpo che cerca il centro. Proprio come lei, che in quell’isola cercava un senso tra le carte di una casa e gli sguardi taglienti di un uomo che sembrava uscito da un’altra epoca. Forse anche l’isola era un disegno. Un progetto segreto tracciato da mani invisibili. Una forma di bellezza non urlata, ma necessaria. Come il cuore di quell’orologio antico, o la simmetria fragile dell’essere umano. In quel momento Maria Elena capì che non era lì per sistemare una casa o firmare un documento.

Era lì per aprire un tempo dimenticato, e quel vecchio orologio, testimone silenzioso, lo sapeva da sempre. Angelo era ritto, come se il tempo lo avesse messo in pausa, davanti alla finestra, con tutta l’arroganza di chi crede di sapere più degli altri. Cravatta allentata, cartella portadocumenti adagiata su una sedia, sguardo obliquo e tagliente. «Un uomo fuori posto», pensò Maria Elena, come una virgola in una poesia. Si voltò solo quando sentì il passo leggero di Maria Elena ancora lì, immobile, come se i disegni la trattenessero. «Lei dev’essere la nipote di Rosa». Maria Elena annuì, posando il cappotto sulla sedia e riponendo le braccia conserte come un’armatura. «Lei è in ritardo», disse, fissandola da sotto la visiera degli occhiali. «E lei è un avvocato che crede di sapere tutto. Dunque siamo pari».

La "Sarago" la barca di Egidio

La “Sarago” non era solo una barca. Era il suo rifugio galleggiante, un prolungamento silenzioso del suo corpo e della sua storia. Era la sua memoria galleggiante, costruita con il sale e con gli anni. Ogni asse, levigata dal tempo, parlava di stagioni passate, di partenze all’alba e ritorni a mani vuote o piene, ma sempre con lo stesso rispetto per il mare. Aveva resistito alle intemperie ed alle bonacce, alle estati roventi e alle incertezze degli uomini. Compagna discreta, Egidio la trattava come si tratta una persona: con cura, senza parole inutili. E lei, in cambio, non lo   aveva  mai tradito. La  “Sarago”   non   aveva   bisogno   di bellezza: bastava la sua solidità, il suo

saper tornare sempre a riva. Egidio diceva che era come il pesce da cui prendeva il nome: resistente, schivo, poco appariscente, ma fedele al suo mare. Un sorso di caffè ormai freddo dal thermos, poi si fermò un istante. Guardò il cielo che si apriva, lento, su un orizzonte ancora incerto. L’alba non era mai uguale, e lui lo sapeva. Ogni giorno cominciava con lo stesso gesto, ma con un’anima diversa. L’alba non arrivava mai all’improvviso. Si annunciava in silenzio, con quel cambiamento impercettibile dell’aria, un chiarore timido che nasceva prima ancora di farsi luce.

Val di Chiesa - Chiesa di S. Stefano

A Valdichiesa il mare è lontano, nascosto dietro le curve della montagna. Eppure si sente. Nei polmoni, nei capelli, nel sale che si deposita ovunque, anche sull’anima. Le case hanno muri bianchi o appena rosati, porte e finestre azzurre scolorite, cortili dove il basilico cresce a dismisura e i panni stesi sembrano raccontare storie. Qui il tempo non si è fermato: ha semplicemente smesso di correre. Al centro della borgata, la chiesa di Santo Stefano. Umile, raccolta, quasi schiva, una sentinella di pietra e silenzio. Costruita in pietra lavica, col tetto a spiovente e il piccolo campanile che sembra più un dito puntato verso il cielo che una torre.

La facciata è semplice, quasi austera, ma non fredda. Le pietre grezze conservano il colore del tufo e del sole. Senza orpelli, se non sopra il portale che porta i segni del tempo, ed una croce in ferro battuto scolora il cielo e, accanto alla porta, una nicchia con una statuina consumata, forse la Vergine, forse un vecchio santo il cui nome si è perso nel vento. All’interno, la penombra avvolge tutto con dolcezza. Un’unica navata, pavimento in pietra grigia, panche consumate dal peso delle generazioni e dalle ginocchia dei devoti. Nessun lusso, nessun oro. Solo una statua lignea di Santo Stefano, in fondo, con uno sguardo che sembra aver visto tutte le stagioni del dolore e della speranza.

Dalla terrazza di Salvatore "U Capperiotu"

In un’isola, si vive in mezzo al silenzio, ma nessun segreto ci resta troppo a lungo. Maria Elena lo scrutò per un istante, incerta. «Sì, e lei è?», domandò. «Salvatore. Salvatore u capperiotu, per capirci. Nessuno mi chiama col cognome da almeno quarant’anni». Rise, o forse tossì. «Qui a Filicudi i cognomi non servono a molto», disse con un mezzo sorriso. «Ce ne sono quattro o cinque per tutti e spesso bastano a confondere più che a distinguere. Così, ognuno si porta addosso un nome più vero. Un soprannome. Ma non sono ingiurie. Sono poesie distorte, nate da una risata, da un difetto, da un mestiere, da un momento che segna una famiglia per sempre. C’è “u Bastianeddu”, perché suo nonno si chiamava Sebastiano ed era piccolo come un barile. C’è “u Scursunera”, perché la bisnonna pareva aver visto la morte in faccia e ne era

uscita viva. E poi “i Ciuriddari”, che hanno sempre fiori freschi davanti casa, pure quando non c’è acqua manco per lavarsi la faccia». Maria Elena ascoltava in silenzio, come se ogni nome racchiudesse una favola. «I soprannomi erano memoria orale. Bastava dire uno di quelli e subito ti si aprivano davanti tre generazioni: chi erano, da dove venivano, che cuore avevano. Li usavamo come si usa una bussola: per non perderci...

La scala in pietra sul retro della casa di Rosa

Mentre camminava, la casa che aveva ereditato da sua nonna, appariva in lontananza, tra i pini e le rocce. Non era una grande dimora, ma aveva il fascino di un’antica costruzione che raccontava le storie di generazioni passate. La vista della casa le fece battere il cuore più forte. Il vecchio cancello di ferro, arrugginito in alcuni punti, sembrava ancora chiusa da anni, quasi come se la casa fosse in attesa di essere riaperta. Lungo la facciata bianca, le finestre con le persiane azzurre erano in perfetta armonia con l’ambiente, quasi come se la casa fosse cresciuta insieme all’isola, come un altro suo elemento naturale. L’idea che la nonna avesse vissuto lì, che avesse vissuto qualcosa di importante, forse anche di doloroso, le fece stringere il cuore. Si avvicinò alla porta, ma non la aprì subito. Si fermò per un attimo a osservare la quiete dell’isola, il mare che si stendeva davanti a lei, l’aria che portava con sé il ricordo di un tempo che sembrava essersi fermato. Filicudi non le offriva risposte facili, non c’era niente di immediato, di ovvio.

Ma l’isola, con la sua calma, le dava la sensazione che qui avrebbe potuto trovare le risposte che cercava, senza il bisogno di affrettarsi, senza il bisogno di scappare. Dopo un ultimo respiro, Maria Elena si decise. Con passo determinato, aprì la porta della casa. L’interno era fresco, avvolto dal profumo di legno e polvere. La luce del mattino entrava dalle finestre e illuminava la stanza principale, rivelando mobili antichi, ma ben conservati. Le pareti, rivestite di pietra, sembravano raccontare la storia di una vita che lì si era consumata, e Maria Elena sapeva che presto anche lei avrebbe fatto parte di quella storia, magari scoprendo qualcosa che la nonna aveva cercato di nascondere, o qualcosa che lei stessa aveva dimenticato. Ogni angolo della casa sembrava raccontare una storia che lei sentiva di conoscere, anche senza averla mai ascoltata. Il suono dei suoi passi sul pavimento le sembrava quasi un eco di un’infanzia che non era la sua, ma che in qualche modo sentiva di aver vissuto. Ogni oggetto, la vecchia poltrona in velluto, il tavolo di legno scuro con le sue gambe intagliate, le tende di lino che ondeggiavano leggermente al vento, le dava la sensazione che quella casa l’avesse sempre aspettata.

Là dove le stelle si incontrano

Notò una piccola scala in pietra sul retro della casa. Non l’aveva vista nei giorni precedenti, nascosta com’era dall’edera, da un piccolo albero di prugne e dai riflessi pomeridiani. Salì piano, attenta, sentendo sotto le dita la ruvidità delle pietre e il fresco della notte. Arrivata sul tetto, si fermò. Il cielo la colpì come un respiro trattenuto troppo a lungo. Era immenso. Una distesa nera e vellutata, cosparsa di stelle così limpide da sembrare accese per lei. Ogni luce un pensiero, un ricordo, una promessa non detta. Le era sembrato quasi di poterle toccare, se solo avesse allungato la mano. E restò lì, immobile, senza fiato. Tutto si era fatto piccolo. Le stanze, i problemi, il lavoro, persino la voce di Matteo, lontana ormai, come un’eco in una città che non le apparteneva più. Davanti a lei solo cielo, e l’abbraccio dell’isola che dormiva. Da lassù, la vita sembrava eterna. C’era qualcosa di puro, di sacro in quella vista. Le stelle non chiedevano nulla. Non pretendevano né risposte né dimostrazioni. Erano lì, e basta. Come se il mondo potesse esistere solo per contenere quella bellezza silenziosa. Maria Elena si sdraiò sul materassino e lasciò che il cielo le parlasse.

Non con parole, ma con una consapevolezza profonda che le faceva riconoscere la verità e la pace in attimi come quello, in cui il cielo taceva sopra un mondo che correva senza sosta, diventando rifugio lontano dalla miseria e dal frastuono della vita. Una miseria che ora si presentava in tutta la sua mostruosità, amplificata dalla telematizzazione, lo strumento che doveva essere di connessione, ma che invece aveva trasformato l’uomo in una creatura senza radici, priva di valore autentico. «Ecco cosa siamo diventati», pensò mentre la mente correva veloce, agitata dall’inquietudine. «Persone senza arte né parte, che urlano nel vuoto per una fama che non meritano. Tutto è diventato un circo, una danza di mediocrità, in cui chi grida più forte o si svende meglio ottiene il palcoscenico. E noi, abbiamo perso la nostra dignità, diventando il pubblico che applaude, segue e accetta passivamente questa messinscena vuota che chiamiamo successo». L’angoscia era lì, muta, ma non voleva cedere a nessun sentimento. Riprese il suo pensiero.

Il cimitero di Val di Chiesa

Aveva appena lasciato la chiesa, dopo quel lungo prezioso momento seduta tra i banchi vuoti, quando scese pochi passi verso un muro basso, invaso dalle erbe selvatiche, arrestandosi davanti a un vecchio cancello in ferro battuto. Solo allora lo notò. Lì accanto alla chiesa, nel silenzio che si faceva ancora più denso, c’era il piccolo cimitero parrocchiale di Santo tefano, nascosto tra i silenzi del tempo e il respiro del mare, luogo che custodiva non solo i morti, ma i non detti, le memorie sospese. Non c’erano mausolei, né grandi statue. Solo croci, qualcuna in ferro, altre di pietra, ricurve, consumate, come se anche loro avessero vissuto troppo. Le lapidi erano sobrie, molte senza fotografia, alcune con nomi sbiaditi e date lontanissime: 1883, 1902, 1921…

Una piccola arca di nomi silenziosi che sembravano dialogare con chi si avvicinava, ma non con parole: con sussurri. Ogni lapide era una pausa, una sospensione tra ciò che era stato e ciò che restava. Per chi si fermava lì, il tempo cambiava ritmo. I passi rallentavano, lo sguardo cercava, forse senza volerlo, un nome, una data, qualcosa che lo legasse alla vita. Mentre camminava tra le lapidi consumate, Maria Elena notò qualcosa che la fece rallentare.

Il tramonto dal Belvedere

«C’è una leggenda, sai? Gli isolani più anziani raccontano che lì, su quel promontorio, si incontravano due amanti. Uno era un pescatore, l’altra una donna venuta dal continente. Si davano appuntamento ogni sera per guardare il sole morire. Ma un giorno, lui partì e non tornò più. Lei però continuò a salire finché fu vecchia, ogni sera, per guardare il mare e aspettarlo. Da allora, si dice che quando il cielo si colora di rosso fuoco, è perché lui riesce a guardarla, almeno per un istante, attraverso la luce». Maria Elena sorrise, ma il sorriso le si incrinò dentro. La storia le aveva toccato qualcosa, forse perché somigliava a un frammento della sua stessa inquietudine.

«E credi che certe attese servano a qualcosa?». «Forse no. Ma l’atto stesso di aspettare è un modo per dare senso a ciò che abbiamo vissuto. E il tramonto è il momento in cui l’isola sussurra le cose che il giorno nasconde». Il silenzio scivolò tra le pieghe del discorso. Si udiva solo il vento che si cacciava tra le sedie vuote e il suono lontano di una barca che rientrava. «Ti va di venire con me a vedere quel tramonto? Magari i due amanti ci diranno qualcosa. O magari no. Ma almeno sarà bello tacere insieme». Maria Elena lo fissò un momento più a lungo. Non era un invito qualsiasi, e lei lo sapeva. Non lo era nemmeno per lui. «Sì. Portami dove l’isola si confessa».

Le Macine - Capo Graziano

La loro profondità era come una pozza di luce che non smetteva mai di attirare, mentre chi guardava si trovava costretto a cercare, a indagare, a decifrare qualcosa che forse non voleva essere compreso. Angelo la distrasse da quel pensiero e aggiunse, senza cambiare tono: «Pensavo, se ti va, potremmo andare a Capo Graziano. È uno dei posti più belli dell’isola. E c’è un villaggio preistorico lassù. E il museo sommerso, non lo vede quasi nessuno, ma vale la pena». Maria Elena lo fissò per un attimo, sorpresa dalla proposta. Non era un uomo invadente, Angelo. Piuttosto schivo, come il resto di Filicudi. Per questo il suo invito aveva un peso diverso. Più delicato. Più vero.

«Non ci sono mai stata, sai?», disse lei. «Meglio così. È un posto che si merita il silenzio della prima volta». Si incamminarono insieme poco dopo, seguendo la strada sterrata verso sud-est, con le rocce chiare che riflettevano la luce e il mare che luccicava lontano. Sotto i loro passi, millenni di storia. E tra le loro parole, qualcosa che ancora non aveva nome. Salivano piano, in silenzio, lungo il sentiero che si arrampicava verso il promontorio. Il sole filtrava tra le nuvole leggere e disegnava riflessi dorati sulle pietre antiche. La terra sotto i loro passi era asciutta, profumata di mirto e polvere.

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Percorsi creativi

In questa sezione, in forma visiva, viene rappresentata una paronamica dei luoghi di Filicudi

  • Tutte
  • I luoghi della storia
  • La grotta del Bue Marino e la Canna
  • Val di Chiesa
  • Capo Graziano
  • Zucco Grande

Il porto di Milazzo all'alba

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La veduta dalla terrazza di Rosa

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La spiaggia di Pecorini a Mare

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Il Porto di Pecorini: un'anima marinara

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Valdichiesa: il cuore spirituale di Filicudi

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Le Scale verso il cielo

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La terrazza di Salvatore "U Capperiotu": dialogo con l'orizzonte

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Il Belvedere: l'Incanto del tramonto

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La "Sarago": l'Anima di Egidio, il vecchio pescatore

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La grotta del Bue Marino

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La grotta del Bue Marino

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L'interno della grotta del Bue Marino

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La "Canna" e l'isola di Alicudi

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La "Canna" monumento marino

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Il tramonto da "La Canna"

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La chiesa di S. Stefano

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Salvatore "U Capperiotu"

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Angelo e Salvatore

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Salvatore "U Capperiotu"

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Salvatore "U Capperiotu"

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I capperi

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A casa di Salvatore

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A casa di Salvatore

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L'ingresso del cimitero

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Il cimitero di Val di Chiesa

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Il cimitero di Val di Chiesa

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Il cimitero di Val di Chiesa

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S. Stefano

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L'ingresso della chiesa

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L'ingresso della chiesa

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La veduta dalla chiesa

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Terrazza naturale di Capo Graziano

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I muri a secco delle capanne

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Terrazza naturale di Capo Graziano

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Anfratti naturali di Capo Graziano

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Pozzo d'acqua

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I resti delle basi delle capanne

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L'ingresso del museo archeologico

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La veduta da Capo Graziano su Pecorini Porto

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Parte del percorso per raggiungere il museo

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I frammenti delle ceramiche rinvenibili nel museo filicudiano

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Capo Graziano: La bellezza di un doppio panorama

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Un viaggio nel tempo a Zucco Grande

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Un viaggio nel tempo a Zucco Grande

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Il Villaggio sospeso nel tempo

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L'alba che dipinge le Eolie

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Commenti dei Lettori

Alcuni pensieri e opinioni che abbiamo ricevuto

Adelaide Schinocca

Le parole di Angelo Porto mi hanno trasportato direttamente a Filicudi. Non è solo una storia, ma un'immersione profonda nelle emozioni e nella bellezza di un'isola che ora sento un pò mia. Un romanzo che lascia il segno.

Pubblicato il 18 luglio 2025
Lucia Bianchi

Ho apprezzato l'eleganza con cui l'autore affronta temi complessi come la perdita e l'amore che cambia. Lo stile è essenziale, ma incredibilmente evocativo. Si sente il profumo del mare in ogni pagina.

Pubblicato il 18 luglio 2025
Maura Principe

Complimenti un libro che mi ha emozionato davvero, continuerò a seguirti

Pubblicato il 19 luglio 2025
Luca Pappalardo

Il romanzo ha un'atmosfera bellissima, e i paesaggi di Filicudi si sentono tutti. L'unica pecca, a mio avviso, è che il legame tra Maria Elena e Angelo mi è sembrato sviluppato troppo velocemente dopo un'attesa così lunga. Avrei voluto più spazio per vederlo sbocciare, dato il peso emotivo del loro incontro

Pubblicato il 19 luglio 2025
Pina Costanzo

Non è solo un libro, è un'esperienza sensoriale. Ho sentito il sale sulla pelle e il vento di Filicudi. La maestria di Angelo Porto nel descrivere le dinamiche umane è commovente.

Pubblicato il 19 luglio 2025
Andrea Occhipinti

Un omaggio sincero alla Sicilia e al potere terapeutico della memoria. Lo stile è pulito, mai banale. L'ho divorato in due giorni e lo rileggerò presto. Assolutamente consigliato.

Pubblicato il 19 luglio 2025
Pippo Caruso

Angelo Porto dimostra una profonda sensibilità. Ogni personaggio è vero, ogni dialogo suona autentico. Una lettura che scalda il cuore e fa riflettere sui legami che contano.

Pubblicato il 19 luglio 2025
Matteo

Ho molto apprezzato l'idea dell'amore ereditato e la figura di nonna Rosa è potentissima. Tuttavia, le verità taciute sono state rivelate in modo un po' troppo esplicito alla fine. Mantenere qualche velo in più sulla risoluzione avrebbe reso il finale più misterioso e sfumato

Pubblicato il 19 luglio 2025
Ciccio Passanisi

Un libro da leggere in riva al mare. È un inno alla lentezza, alla ricerca della verità interiore. Perfetto per chi ama le storie che nascono da luoghi con un'anima antica.

Pubblicato il 19 luglio 2025
Carlo Della Valle

Un libro da leggere in riva al mare. È un inno alla lentezza, alla ricerca della verità interiore. Perfetto per chi ama le storie che nascono da luoghi con un'anima antica.

Pubblicato il 19 luglio 2025
Chiara Gullotta

Uno stile essenziale e profondo, che rende giustizia al tema. A tratti, però, la narrazione si concentra troppo sulle descrizioni e sul 'tempo lento' dell'isola, rendendo difficile seguire il ritmo emotivo di Maria Elena. Un po' più di azione o dialogo nei capitoli centrali non avrebbe guastato

Pubblicato il 19 luglio 2025
Carlotta Finocchiaro

E' davvero magistrale il modo in cui Maria Elena eredita un amore mai suo così come il tentativo umano di rispondere con il ricordo di un vecchio pescatore. Libro assolutamente da divorare.

Pubblicato il 19 luglio 2025
Serena Rubulotta

La figura di Angelo, legato al passato da fili nascosti, dona una bellissima tensione alla narrazione. La frase "Perché a volte, chi amiamo non ci ha mai davvero lasciati" riassume perfettamente la profondità del romanzo.

Pubblicato il 20 luglio 2025
Filippo Raciti

Raramente un romanzo riesce a far sentire il suono delle cose non dette come fa questo. La malinconia dell'isola si riflette negli occhi dei personaggi. Una vera gemma sulla capacità di attendere dell'amore.

Pubblicato il 20 luglio 2025
Salvo Lo Cicero

La poesia con cui l'autore scrive del mare è innegabile. La storia è commovente, ma ammetto che avrei preferito che la promessa si compisse in modo meno definitivo. L'amore vero, come il mare, è imprevedibile, e un finale con qualche domanda in sospeso in più avrebbe amplificato il messaggio sull'attesa

Pubblicato il 20 luglio 2025
Andreina Tosto

Mi sono ritrovata nella fragilità di Maria Elena, che cerca se stessa tornando alle sue radici. Il baretto di Antonio è un luogo magico. È la dimostrazione che l'amore vero non ha bisogno di essere raccontato: vive.

Pubblicato il 20 luglio 2025
Simo Bonaccorsi

Un romanzo elegante e introspettivo. L'autore ha saputo trasformare i silenzi e i tramonti di Filicudi in poesia. È una storia di eredità invisibili che lasciano un'impronta profonda sul lettore. Consigliatissimo.

Pubblicato il 20 luglio 2025
Clara Rapisarda

Un libro bellissimo e molto toccante. L'ho letto tutto d'un fiato. L'autore riesce a trasmettere delle emozioni forti legate al tema della memoria e dei segreti di famiglia. Lo consiglio vivamente

Pubblicato il 21 luglio 2025
Riccardo Trovato

Mi è piaciuto tantissimo. La storia è profonda ma si legge molto bene. L'ambientazione a Filicudi è magica. Un'ottima lettura estiva, ma non solo. Da non perdere

Pubblicato il 21 luglio 2025
Sara Tomaselli

Una storia che fa riflettere su quanto conti il passato. Scritto con uno stile pulito ed elegante. Se vi piacciono i romanzi sulle seconde possibilità e sui ritorni, questo fa per voi. Cinque stelle

Pubblicato il 22 luglio 2025
Gino Partini

Adoro i libri ambientati nelle isole e questo non ha deluso. Sembrava di sentire il rumore del mare. La trama sull'amore "ereditato" è originale. Un'ottima scoperta.

Pubblicato il 22 luglio 2025
Giusi Conti

I personaggi sono molto ben costruiti, soprattutto Maria Elena e la nonna Rosa. È un romanzo che parla di legami e della forza del silenzio. Bello e mai noioso.

Pubblicato il 22 luglio 2025
Paola Ferrara

Una lettura che consiglio a tutti. È un viaggio interiore fatto di poche, ma significative, parole. L'autore ha colto l'essenza di Filicudi. Sicuramente tra i migliori letti quest'anno.

Pubblicato il 22 luglio 2025
Tito Santonocito

Una bellissima storia d'amore e di riscoperta. Il finale mi ha emozionato. Mi è piaciuto molto il messaggio che certi amori restano, anche se non li abbiamo vissuti direttamente. Da regalare.

Pubblicato il 24 luglio 2025

Ringraziamenti

Questo spazio è dedicato a chi ha contribuito, e continua a contribuire, con il proprio affetto, silenzio, ispirazione o presenza, alla mia scrittura e alla mia vita. Un ringraziamento particolare è rivolto ai miei genitori, perchè con i loro gesti, parole, oltre che con il loro esempio, contribuiscono, seppur assenti, a nutrire le pagine che scrivo

Maria Stella Caudullo

Alla mia splendida mamma

Grazie mio unico splendore, per tutto quello che mi hai dato, per le notti in silenzio, le rinunce mai dette, per i tuoi passi indietro per lasciarmi spazio, e per il coraggio con cui hai taciuto il dolore. Ti chiedo perdono per ciò che non ho saputo restituirti, per le parole non dette, i gesti mancati, per tutto l’amore che meritavi e che a volte non ho saputo mostrare. Ma in ogni battito del mio cuore c'è il segno del tuo amore. E ogni cosa buona che sono, la devo a te. Con gratitudine eterna.

Agatino Pasquale Porto

Al mio papà, il mio cuore pulsante

Grazie mio faro, sei stato onesto fino in fondo, hai camminato sempre a testa alta, anche quando il peso della vita ti avrebbe piegato. Hai lavorato senza sosta, in silenzio e con dignità, facendo di ogni tuo sacrificio un atto d’amore. Ti devo tutto, e so che anche a te non ho sempre dato abbastanza. Ma se oggi conosco il valore dell’impegno, della parola data, della fatica vera, è grazie a te. Porto il tuo esempio nel cuore, come una bussola che non tradisce mai. Con rispetto profondo e amore senza fine.

Giorgio Porto

Il mio primogenito

Grazie Giorgino mio e grazie alla tua forza quieta, perchè ci sei sempre stato, anche quando tacevi. Con orgoglio e gratitudine per ciò che sei, per la tua presenza costante, il tuo senso di responsabilità e l’amore che sai donare con discrezione e fermezza.

Damiano Porto

Il mio piccolo ma immenso manager

Grazie Damiano caro, figlio ma anche compagno attento e silenzioso di questo cammino. Con il tuo carattere riflessivo, la sua dedizione sincera e un impegno che non chiede riconoscimenti, mi guidi, mi proteggi e spesso mi capisci più di quanto io stesso riesca a fare. È un onore essere tuo padre.

Gianni Vasta

L'Assessore

Assessore dal cuore impetuoso e dalla voce che non passa inosservata. Dietro ogni scatto d’impazienza, una passione vera e un impegno che non conosce riposo, anche se si accende facilmente, ma solo perché ci tiene davvero. Grazie per l’energia, la presenza e quell’ironia che arriva sempre anche dopo un piccolo temporale. Con stima, affetto e un sorriso complice.